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La caduta del mondo moderno di Mario Negri
"Le testimonianze dei popoli antichi che oggi è possibile analizzare, più che di progresso esprimono una chiara idea di involuzione; di un processo degenerativo attraverso il quale, da stati originari superiori, gli uomini sarebbero sempre più scesi da stati condizionati da elementi negativi, come dire che da un principio presso il quale esiste ed è presente l’origine del tutto, si è andato sviluppando un processo di oblio, di allontanamento che ha visto l’umanità, attraverso le sue vicende storiche, allontanarsi sempre più da un tipo di conoscenza ben diversa da quella tecnica e scientifica degli uomini moderni, e forse basata su una consapevolezza delle cause sottili che stanno all’origine della manifestazione materiale." "Ma raccontano anche i miti che, alla fine del ciclo, ciò che è nascosto tornerà ad essere manifesto e tale momento rappresenterà al tempo stesso l’inizio di un nuovo ciclo, in sintonia con la legge universale che collega armonicamente ogni cosa." Sono due passi tratti dal documento che segue, l’introduzione del libro “Il Mondo di Oggi e il Mondo dei Popoli Arcaici” di Mario Negri – edizioni della Terra di Mezzo – Milano (vedi dettagli a fondo pagina) che tratta appunto della visione del mondo antico e del mondo moderno dei popoli arcaici. Gli Aborigeni Australiani sono un popolo del quale siamo giunti a conoscenza solo di recente e la loro bellissima cultura è pressochè sconosciuta. E così in questo libro non si è potuto trattare della loro visione del mondo antico e moderno. Ma sappiamo, da vari scritti più o meno recenti, che la cultura aborigena concorda sostanzialmente con quanto espresso nel libro. Come gli altri popoli arcaici, la società aborigena era (ed è) improntata su una forte spiritualità, ben presente nella quotidianità delle tribù. Ed anche presso gli Aborigeni Australiani non esistono Re, ma esistono capi tribali, ovvero un consiglio degli Anziani più saggi, fra i quali spiccano i medicine-man, uomini di grande spiritualità e poteri magici tali da permettere loro comunicare con gli Antenati Creatori che dimorano nel Sognare, ed anche di viaggiare nel Sognare, come in altre dimensioni. Tutt’ora gli Aborigeni, come tutti i popoli Indigeni, non riconoscono di buon grado l’autorità dei nostri capi politici. Questo perché, secondo la tradizione, i capi tribali lo diventano per merito della loro grande saggezza. Non sono uomini comuni: sono le persone che meglio conoscono il mondo degli Dei, dello Spirito, e perciò conoscono meglio degli altri l’immutabile legge tribale, che deve essere rispettata per garantire abbondanza e benessere per la tribù. Al contrario, i capi del mondo moderno sono semplici uomini e per di più di dubbia onestà morale, dal momento che non rispettano la Madre Terra - e talvolta nemmeno la parola data. Anche la visione aborigena del mondo moderno concorda sostanzialmente con i concetti espressi dagli altri popoli riportati nel libro. Sappiamo infatti dalle loro leggende che esiste un periodo di creazione, nel quale gli umani sono in sintonia con gli Dei, dunque hanno grandi poteri magici ed una completa armonia con il Sognare; esiste poi un periodo di evoluzione, durante il quale l’antico sapere si oscura e poi la decadenza. In sostanza, quanto avviene per i corpi avviene per le civiltà: nascita, vita, morte, e poi un eventuale rinnovamento, una rinascita. Questo significa che la società moderna non è destinata a durare, al contrario, si trova nella fase di decadenza e sarà prima o poi incline o costretta al cambiamento. Questo, del resto, ben si sa: se continuiamo a devastare la Terra non saremo risparmiati dalla sua ribellione. E a proposito di cambiamento, gli Aborigeni che sono stati cristianizzati vedono il mondo moderno attualmente immerso nella visione dell’Apocalisse Biblica, ovvero prossimo ad una grande trasformazione, che vedrà infine la rinascita dell’antica spiritualità in tutto il mondo. E pregano vivamente che questa rinascita spirituale avvenga presto, e nel rispetto delle culture e tradizioni di ogni popolo. Gli Aborigeni non scrivevano, tramandavano la tradizione oralmente. Le loro leggende sono colme di significato spirituale, ma i bianchi che non lo capiscono non escono a riportarlo. Alcuni studiosi però si sono immedesimati a tal punto nella cultura aborigena da diventare membri della tribù ed avere dunque accesso al suo antico sapere. Fra questi Robert Lawlor, che in “Voices of the First Day” (ed. Inner Traditions International, pag. 51) riporta un racconto su una visione aborigena dei tempi moderni: “C’è una storia del Tempo del Sogno che risale a molto tempo fa. Narra degli antichi uomini saggi o medici tribali. Essi vedevano nei loro cristalli speciali. Potevano vedere immagini del passato, immagini di quanto avveniva lontano, come in questo momento, ed immagini del futuro. Alcune delle immagini del futuro riempirono gli anziani uomini di orrore. Videro un tempo in cui il colore dei neri (aborigeni), come le pietre, sembrava divenire sempre più pallido, fino a si potevano vedere su tutta l’Australia solo i bianchi volti degli spiriti dei morti. Quando i primi uomini bianchi vennero in Australia, i neri pensarono che fossero gli spiriti della gente morta che erano ritornati alla loro vecchia terra e li accolsero benevolmente. La Legge del Tempo del Sogno dice che i vivi devono celebrare cerimonie per aiutare gli spiriti dei morti a trovare la loro via verso il cielo dove vivono gli spiriti dei trapassati. Le cerimonie fallirono nel portare la gente dal volto bianco al regno dei morti, ma l’uomo bianco sicuramente portò il regno della morte in terra”. E così l'uomo bianco è portatore di distruzione. Eppure nell'Età dell'Oro, narrano i testi antichi, gli umani avevano una grande conoscenza che li poneva in armonia con la terra, il cosmo e gli Dei. Conoscenza che si sarebbe trovata perfettamente a sua agio entrando in contatto con alla cilviltà, tanto che nulla sarebbe andato distrutto. Ma purtroppo è andata perduta nel corso dei tempi... Da: “Il Mondo di Oggi e il Mondo dei Popoli Arcaici”, di Mario Negri: “L’ideale del “progresso” è uno dei capisaldi dell’umanità del XX secolo; un ideale che legge gli accadimenti storici in funzione di un cammino che dalle tenebre porta alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza e dà vita ad un’umanità che, considerandosi privilegiata, giudica le precedenti civiltà come subordinate alla barbarie, all’oscurità ed alla superstizione. E’ partendo da tale punto che potrebbe essere interessante riesaminare la previsione che ha dei nostri tempi l’uomo antico, scoprendo che quanto oggi si va affermando, con parole come progresso, civilizzazione, modernizzazione e simili, non trova alcun riscontro presso le più grandi civiltà del passato, ma ci indirizza, per contro, verso considerazioni del tutto antitetiche. Le testimonianze dei popoli antichi che oggi è possibile analizzare, più che di progresso esprimono una chiara idea di involuzione; di un processo degenerativo attraverso il quale, da stati originari superiori, gli uomini sarebbero sempre più scesi da stati condizionati da elementi negativi, come dire che da un principio presso il quale esiste ed è presente l’origine del tutto, si è andato sviluppando un processo di oblio, di allontanamento che ha visto l’umanità, attraverso le sue vicende storiche, allontanarsi sempre più da un tipo di conoscenza ben diversa da quella tecnica e scientifica degli uomini moderni, e forse basata su una consapevolezza delle cause sottili che stanno all’origine della manifestazione materiale. Un
chiaro riscontro a tale condizione si può trovare nell’insegnamento,
noto agli studiosi dell’Induismo, relativo alla dottrina delle Quattro
Età, secondo
il quale la durata di un ciclo dell’umanità terrastre, denominato
“Manvantara”, si divide in quattro periodi, contraddistinti
da un crescente oscuramento dell’originario elemento spirituale. A questo stato di cose si riferiscono i vari miti allorquando, pur con formule differenti, narrano di qualcosa che è andato perduto o si è nascosto, e che deve diventare l’oggetto della ricerca di coloro che desiderano raggiungere la vera, superiore conoscenza. Ma raccontano anche i miti che, alla fine del ciclo, ciò che è nascosto tornerà ad essere manifesto e tale momento rappresenterà al tempo stesso l’inizio di un nuovo ciclo, in sintonia con la legge universale che collega armonicamente ogni cosa. Testimonianza del mito delle quattro ere ci giunge anche dall’Iran: in un antico testo Mazdeo se ne parlava come l’Età d’Oro, d’Argento, di Acciaio e di “Misto di Ferro”. Un testo Babilonese tradotto da A. Jeremias, descrive in questo modo il caos dei tempi oscuri: “Quando queste cose avverranno nel cielo, allora quello che è limpido diventerà opaco e quello che è pulito diventerà sporco, la confusione si estenderà sulle nazioni, non si sentiranno più preghiere, gli auspici si mostreranno sfavorevoli…Sotto un tale regno gli uomini si divoreranno tra loro e venderanno i loro figli per denaro, lo sposo abbandonerà la sua sposa e la sposa il suo sposo, e la madre chiuderà la porta alla propria figlia” (Il mito dell’eterno ritorno, Mircea Eliade, ed. Borla, Roma 1968 – pag. 164). Un altro inno annuncia che il sole non sorgerà più, la luna non apparirà più, presentando una forte analogia con quanto descritto nell’Edda di Snorri, in prossimità del Rangnarökkr. Affermazioni di questo genere, se prese alla lettera, potrebbero apparire risibili. Ma per intendere il vero senso di certi messaggi, che ci provengono da situazioni culturali nelle quali era normale parlare a volte per allegorie, che non dovevano essere intese da tutti, potrebbe essere opportuno considerare il fatto che per gli antichi il Sole e la Luna, oltre ad essere corpi celesti a tutti noti, simboleggiavano stati d’essere superiori ovvero erano considerati una immagine della divinità intesa come manifestazione di luce. Tali stati d’essere luminosi potevano, e forse questa era una delle principali caratteristiche dell’Età dell’Oro, essere ispiratori interni dell’azione e della consapevolezza degli uomini di quei tempi, che per tale motivo era giusto definire Dei incarnati. Quando tali stati luminosi non furono più il nucleo centrale degli uomini, essi vennero probabilmente fatti oggetto di un culto, dal quale poi per via delle differenziazioni culturali ed ambientali di tempi e luoghi diversi, nacquero le varie religioni. Ma anche tali culti probabilmente decaddero o scomparvero, o furono fatti scomparire del tutto, ed è evidente che il parlare in chiave allegorica della scomparsa del Sole e della Luna, nonché della luce, ovvero della facoltà di poter vedere ed intendere ciò che per gli uomini dell’Età dell’Oro era normale e naturale vedere ed intendere, è, per chi abbia la sensibilità e il coraggio intellettuale necessario, un discorso che ha un senso ben preciso e non una insensata affermazione di popoli primitivi che non conoscevano il rigore scientifico, come neppure è solamente riferibile a quel catastrofismo cosmico che in genere, in un contesto di religioni moderne, si suole dare ad affermazioni di questo genere. Si deve però anche dire che a volte ad una catastrofe sottile può seguire come conseguenza una catastrofe naturale, alla quale potrebbe a sua volta seguire una rigenerazione. Contraddistinta
da un’eterna giovinezza è, secondo Esiodo, l’Età
Aurea di Kronos, in cui la vita degli uomini era simile a quella degli
Dei. Nel corrispondente romano Saturno, re dell’Età dell’Oro,
si narra che uomini e Dei vivono la stessa vita, e nel mito platonico
di Atlantide troviamo la stessa rappresentazione dell’aurea età. La mitologia Sioux racconta di un bisonte posto a Ovest all’inizio del ciclo per respingere le acque, simbolo della distruzione e del caos. Il trascorrere del tempo è segnato dalla progressiva caduta del peli di tale bisonte, che inoltre ad ogni età perde una zampa. La totale perdita del pelo e delle quattro zampe del mitico animale, che non potrà quindi più arginare il furore delle acque, sancirà la fine e nel contempo il principio di un nuovo ciclo. Una sorprendente
corrispondenza si trova nel mito Indù del Toro Dharma (la legge
divina) le cui quattro zampe rappresentano le quattro età (Yugas);
anche qui la perdita di ogni zampa rappresenta la fine di un’era
e il graduale adombramento della spiritualità si concluderà
alla fine del ciclo (manvantara) con una catastrofe. A questo punto la
spiritualità primordiale verrà ripristinata ed un nuovo
ciclo avrà inizio. E’ comprensibile una certa difficoltà nel capire e nel condividere tali arcaici insegnamenti; non dimentichiamo infatti di trovarci nel cuore della civiltà occidentale, l’espressione più genuina di una cultura caratterizzata da assenza di valori spirituali – a meno di accontentarsi dell’impegno sociale e politico – e sostanzialmente retta dagli interessi economici, dal potere e dall’ambizione dei singoli uomini, governati solo dal senso del proprio ego. Come non guardare, in tal contesto, con sospetto a fenomeni quali l’inquinamento o la distruzione di interi patrimoni naturali, come non considerarli legati a doppio filo alle insane abitudini di vita sviluppate dall’uomo contemporaneo? Per migliaia di anni l’uomo è riuscito a vivere in armonia con l’ambiente, pur utilizzandone le risorse per ricavare nutrimento, riparo e quant’altro occorresse alla propria sopravvivenza; ha vissuto immerso nella Natura come ne fosse figlio – e così era che come una madre genera un figlio e poi lo nutre, così la Natura generava l’uomo e poi lo nutriva. A tale proposito potrebbe essere utile riflettere su quanto afferma Tacito nel “De Germania”, e cioè che i Germani non costruivano templi, perché i loro templi erano le foreste e le fonti, che per loro la natura era una manifestazione visibile del sacro per mezzo della quale rivolgersi alle proprie divinità. Lo stesso tipo di rapporto che avevano i “barbari” Germani si ritrovava presso i “selvaggi” nativi delle Americhe, dell’Australia e della Polinesia, oggi quasi sterminati dal progresso della nostra “superiore” civiltà. Quanto lontano appare oggi un simile rapporto tra l’uomo e la natura; lontano in coloro che la sfruttano e la distruggono per ottenere ricchezza, lontano anche in coloro che vedendola malata la osservano, come il chirurgo il suo paziente, sperandola in grado di superare le nuove crisi; in entrambi i casi oltre al significato magico e religioso che ad essa davano i popoli arcaici, manca forse anche i senso della misura, sopravvalutando l’uomo la propria forza e sottovalutando quella della natura. Evidentemente l’argomento non è esauribile con la semplice affermazione che siano l’elevato incremento demografico e l’accresciuto bisogno di risorse la principali cause del degrado in atto; anche questi fenomeni possono infatti essere letti come l’evidente dimostrazione di un equilibrio rotto, di una disarmonia generalizzata che colpisce l’uomo e, per sua mano, l’ambiente naturale che lo circonda e che potrebbe sfociare in una tremenda catastrofe dalle caratteristiche apocalittiche. E’
un processo iniziato molto tempo addietro che però ha dato ultimamente
sempre più evidenti segni di accelerazione e di totale incapacità
dell’uomo a controllarlo. Difatti,
secondo il pensiero dei popoli arcaici, l’uomo moderno, essendo
privo di qualsiasi ispirazione divina e diventando di conseguenza un più
o meno consapevole portatore ed esecutore delle forze del caos che dominano
l’Età Oscura, si è affacciato alla storia con una
grandissima presunzione: quella di essere padrone e centro del mondo e
di poterne disporre a proprio piacimento, in ciò convalidato anche
da certe filosofie e dalle concezioni religiose moderne. Da ciò
deriva la presunzione del diritto di poter sconvolgere gli equilibri naturali
e di annientare o convertire al moderno modo di pensare le popolazioni
che tali diritti sentono sacri e difendono. Si sono da poco concluse le celebrazioni del cinquecentesimo anniversario della “scoperta”, ad opera di Colombo, di quelle che vennero poi chiamate le Americhe, evento che portò nell’arco di pochi decenni alla distruzione di intere popolazioni – e delle loro culture – che vivevano probabilmente ancora seguendo i sacri ritmi di Ere precedenti; non diversa sorte è toccata, tra la fine del secolo scorso e l’inizio dell’attuale, alle tribù dei Pellerossa, attraverso una vera e propria opera di genocidio, così come sta accadendo alle popolazioni Amazzoniche, distrutte dai successivi insediamenti dei civili uomini occidentali, con la loro cultura, la loro religione, le loro abitudini di vita. Forse è anche il caso di ricordare la vicenda degli Aborigeni australiani che, seppur oggi non corrano i rischio dell’annientamento etnico come accade in Amazzonia, hanno comunque subito in passato trattamenti che con un eufemismo definiremmo irriguardosi; furono salvati dal fatto che il territorio da loro abitato non subì una vera invasione – venne colonizzato infatti da relativamente pochi galeotti di cui l’Inghilterra voleva liberarsi – e per la maggior parte della sua estensione, fatta salva la zona costiera, era ed è occupato da un sconfinato, arido deserto che poco interessava agli uomini bianchi. L’idea che l’annientamento degli equilibri naturali possa portare ad una resa dei conti apocalittica, è forse solo una catastrofica visione che forzatamente disdegna di considerare i continui sforzi e di risultati che passo dopo passo la scienza è in grado di fornire, o è invece una verità già anticamente prevista, e se così fosse, di cosa precisamente si tratterebbe? Insoddisfatti delle soluzioni che la scienza moderna ufficialmente è in grado di proporre, si è affrontata una ricerca in altre direzioni, in altri tempi, in altri luoghi, verificando l’esistenza di testi, talora anche antichissimi, attraversi i quali, nonostante la provenienza da culture differenti e lontane, è possibile apprendere i medesimi insegnamenti, giungere alle medesime conclusioni; come dire che a dispetto di differenze apparentemente inconciliabili, dai Celti come dai Pellerossa, dai Greci come dagli Indiani, dalle popolazioni Scandinave come dai Romani come da altre popolazioni ancora, giungono evidenti tracce che disegnano per l’umanità un unico principio, un medesimo processo di decadenza, un comune finale esito. (…) E’ importante sottolineare il fatto che al di là delle differenze formali, le culture prese in considerazione manifestano un comune tratto nel tipo di finalità sociale, che è molto differente dei fini sociali in auge nei regimi moderni. Si deve evidenziare infatti che nel mondo arcaico si riteneva che il valore più importante per la società fosse la presenza del divino all’interno della società stessa, presenza che doveva essere garantita da un Re sacrale nonché dall’esigenza di collegi sacerdotali, centri iniziatici, boschi e luoghi sacri e dalla attuazione di culti divini in ogni stato della popolazione. Naturalmente nei tempi ancora più antichi, ovvero in quelli che furono definiti Età dell’oro e dell’Argento, non vi erano presumibilmente Re, né gerarchie, né religioni, né scuole iniziatiche, né templi, dato che gli uomini di quei tempi erano talmente vicini al divino da non aver bisogno di alcuna forma gerarchica, né da ricercare, per mezzo di tecniche iniziatiche o pratiche religiose, la divinità, né era presumibilmente necessario richiamare, così come fu necessario fare, ed in ciò consistette il più importante ufficio dei Re sacrali e dei Sacerdoti nei tempi più recenti, la forze divine nel mondo degli uomini, dato che esse vi erano ben presenti. Solo con la regressione ciclica dei tempi si formarono differenze tra gli uomini e solo in pochi uomini, alcuni dei quali divennero presumibilmente i Re ed i gerarchi dei tempi antichi, permase l’influenza divina che legittimava il loro potere. Tale regressione può anche spiegare la formazione delle caste, ed anche a questo proposito si deve ritenere che nell’Età dell’Oro e dell’Argento le caste non esistessero, se non in potenza e senza alcuna individuazione regolamentata di ruoli e di funzioni, dato che gli uomini erano tra loro uguali per il fatto di essere divine incarnazioni. La figura della sovranità, che come abbiamo detto caratterizza solamente i cicli della decadenza, era quindi intesa come espressione suprema di un potere che è una emanazione dall’Alto e che trova poi riscontro nella presenza di una gerarchia, intesa nel senso etimologico della parola derivante dal termine greco (ieròs: sacro), da tutti riconosciuta e accettata come l’unica regola capace di governare e perpetuare l’influenza del divino sul mondo terreno. Se un siffatto concetto desta oggi perplessità se non fastidio, la parola gerarchia può suscitare senso di ribellione contrapposta all’ideale di libertà, ciò è reso possibile dal fatto che i tempi e gli uomini ne hanno perduto il vero significato e, come accade per tanti altri principi e concezioni di antichissima origine, essi si ritrovano di fronte a vocaboli, vecchi, superati, quali scrigni che, per esser stati smontati dei preziosi gioielli che un tempo contenevano, rimangono per i più scatole vuote, prive di valori tangibili, incapaci di dare ciò che invece cerca la moderna società materializzata e storicizzata, ovvero il benessere economico, sociale e materiale nonché il potere di acquistare, di consumere, di svagarsi e di divertirsi in tutti i modi possibili. Pertanto ben pochi potranno intendere il fatto che nei tempi arcaici i Re, i Capi, i reggitori dell’ordine sociale erano prima di ogni altra cosa i rappresentanti della potenza divina che, pur essendosi ritirata dalla maggioranza delle persone, in essi ancora si manifestava, e la loro presenza era ritenuta indispensabile per favorire il contatto tra la terra degli uomini e la sfera degli Dei; in loro assenza la terra diventava “gaste terre” terra guasta, come affermavano gli antichi Celti, terra devastata. Sia ben chiaro però che ove tale sacralità fosse mancata o fosse venuta meno, il Re veniva immediatamente considerato inadatto al ruolo che copriva, dato che qualsiasi potere che non fosse basato su una reale sacralità, vidimata e riconosciuta da vari collegi di sacerdoti, di sacerdotesse e di saggi anziani, veniva considerato un potere tirannico da abbattere. E’ evidente che la scomparsa dei re sacrali e l’apparizione di stati e nazioni nei quali il potere aveva un senso semplicemente politico, deve essere considerato un segno ulteriore della decadenza dei tempi, anche perché, dal punto di vista della concezione arcaica della legittimità del potere, quando un Re non riunisce più nella sua persona il massimo potere politico e religioso, ma gli rimane solamente quello politico, il senso religioso dello stato decade rapidamente e tutta l’organizzazione della società non più resa compatta e sublimata da quelle forze magiche e trascendenti che caratterizzano i regni dei tempi più antichi. Infatti, dal momento in cui il Re non più anche il primo dei sacerdoti e tale carica, quasi se come essa fosse meno importante di quella politica od addirittura con essa compatibile, viene lasciata ad altri, il senso primo dello Stato non è più quello di essere una manifestazione nel mondo dell’armonia superiore, ma una aggregazione di persone che rimane collegata semplicemente per dei motivi di ordine storico, linguistico, etnico o politico. In tale contesto, dal punto di vista degli uomini arcaici, non ha molto senso né l’ubbidienza al Re od al capo dello Stato, né alle sue leggi, dato che per tali uomini, se era sensato ubbidire ad un uomo dio, che era anche Re, non lo era di certo, a meno di essere in ciò forzati dalle leggi o dagli apparati di polizia, ubbidire ad un uomo del tutto normale che diceva di essere un re, ma che non era in realtà capace di esercitare la più importante funzione che a tale carica doveva corrispondere, ovvero mantenere una relazione tra gli uomini e gli Dei e richiamare dall’alto le benefiche influenze che da essi potevano derivare. Diverse sono le antiche testimonianze che permettono di farci un’idea di come agissero tali forze discendenti dall’alto e richiamate dalla presenza di un Re sacrale e di come fosse il rapporto tra il Re, la natura ed il popolo nei tempi arcaici. Dice la Skjöldunga Saga che il regno di Fròdhi fu coronato da pace e quiete pubblica, tanto che nessuno si riconosceva in diritto di far del male o di vendicarsi neppure dall’uccisione del proprio padre. Si racconta altresì che in quel tempo ci fu una incredibile abbondanza di raccolto e di api; si dice inoltre che i campi e i pascoli fiorissero senza essere coltivati e che l’erba crescesse spontaneamente. Abbondanza e fecondità della natura ed armonia tra gli uomini in un tempo in cui la guerra non esisteva, nel quale non c’erano calamità, in cui il lavoro degli uomini non era nient’altro che un danzare insieme con i ritmi delle stagioni. Ritroviamo
la medesima concezione presso gli antichi Babilonesi. Il Re Assurbanipal
si considera un rigeneratore dei cosmo, poiché:
“dopo che gli Dei, nella loro bontà,
mi hanno posto sul trono dei miei padri, Adad ha mandato la sua pioggia…,
il grano è spuntato…, il raccolto è stato abbondante…,
le mandrie si sino moltiplicate…”. Ma con l’avanzare dei tempi le cose, secondo le antiche testimonianze, cambieranno. A questo proposito si legge nel Vishnu Purana, libro sacro degli antichi indù, che con il progredire dell’Era Oscura il Principio divino si allontanerà ancor di più dagli uomini, così come scomparirà dalla terra il carattere trascendente della regalità. “Coloro che avranno il potere, saranno di animo plebeo, di indole violenta, falsa e malvagia. Infliggeranno la morte (persino) alle donne, ai bambini ed alle vacche (sacre); si impossesseranno delle proprietà dei propri sudditi…” (Vishu Purana, trad. H.H. Wilson, Punti Pustak, Calcutta 1961) Nell’Era
Oscura, però, il Principio regale non si estingue ma si occulta
in una sede inaccessibile donde, un giorno, tornerà a manifestarsi. La tradizione tibetana racconta della figura del Re del Mondo posta in un centro che ha per nome Agharti, un centro iniziatico misterioso, situato in un mondo sotterraneo le cui ramificazioni si estendono ovunque e i cui capo supremo era detto Re del Mondo. Ma verrà un tempo in cui, secondo le parole riportate da Ossendowsky nel suo libro “Bestie, Uomini, Dei”, “i popoli di Agharti saliranno dalle caverne sotterranee alla superficie della terra”. Prima di occultarsi alla vista degli uomini, tale centro aveva il nome di “Paradesha”, la Contrada Suprema, dato che quello di Agharti, (imprendibile, inaccessibile, inviolabile) non avrebbe avuto alcun senso. Di analoghi
“centri del mondo” si trova traccia presso altre culture tradizionali;
è il caso dell’Omphalos, dell’Axis Mundi, dell’Albero
cosmico, simboli chiamati tutti a svolgere la medesima funzione: rendere
presente sulla terra il divino Principio ordinatore. Ad ulteriore
prova della portata universale delle testimonianze qui accolte, va ricordato
come il tema dell’oscuramento del ritorno della luce viene espresso
all’interno del mito giapponese.
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