| |
Aborigeni
Cultura
Tradizionale Il
Tempo del Sogno Il
Serpente Arcobaleno
Medici Tribali Songmakers Colonizzazione Riconciliazione Land
Claims
Aborigeni
Riconciliazione
"Ciò
che mi augurerei è che si incoraggiassero tutti gli Australiani
a capire le profonde emozioni che hanno caratterizzato alcuni dei
dibattiti sulle problematiche delle generazioni rubate e sulla tematica
della riconciliazione in generale" (Dal film Rabbit Proof
Fence - Direttore Phil Noice).
Gli
Aborigeni sono gente che è stata privata della loro terra
e della loro cultura e stanno cercando di sopravvivere in una società
che offre loro ben poche possibilità di integrazione. E credono
che se ora sono in una così cattiva situazione è perché
sono stati colonizzati, ed è vero, ma ora è troppo
tardi per cambiare la situazione. Ed allora tutto quello che vogliono
è di essere coinvolti nella politica di benessere dell’ambiente,
vogliono poter dire la loro opinione e vorrebbero che fosse rispettata.
Vorrebbero aver cura della loro terra, ma questo desiderio cozza
contro gli interessi economici basati sullo sfruttamento della terra.
E’
questo in sostanza il contenuto della seguente Dichiarazione sulla
Riconciliazione, presentata dal Comitato Aborigeno per la Riconciliazione
alla manifestazione culturale Corroboree 2000.
Dichiarazione Australiana per la
Riconciliazione
Noi,
gente dell’Australia, di molte origini come siamo, ci prendiamo
l’impegno di procedere insieme in uno spirito di riconciliazione.
Noi
valutiamo il comune status di Aborigeni e Torres Strait Islanders
come di proprietari e custodi originari delle terre e delle acque.
Noi
riconosciamo che questa terra e queste acque furono occupate come
colonie senza patto né consenso.
Riaffermando
i diritti umani di tutti gli Australiani, rispettiamo e riconosciamo
continuità nelle nostre leggi tradizionali, credenze e tradizioni.
Tramite
la comprensione della relazione spirituale fra la terra e la sua
prima gente, condividiamo il nostro futuro e viviamo in pace.
La
nostra nazione deve avere il coraggio della verità, per guarire
le ferite del suo passato così che si possa procedere insieme
serenamente
La
riconciliazione deve vivere nei cuori e nelle menti di tutti gli
Australiani. Molti passi sono stati fatti, e molti passi rimangono
da fare nel mentre che impariamo le nostre comuni storie.
Mentre
percorriamo il viaggio di guarigione, una parte della nazione chiede
scusa ed esprime il suo dolore e sincero dispiacere per le ingiustizie
del passato, così che l’altra parte accetta le scuse
e perdona.
Desideriamo
un futuro nel quale tutti gli Australiani godano degli stessi diritti,
accettino le loro responsabilità, ed abbiano la possibilità
di raggiungere il loro pieno potenziale.
E
così, ci impegniamo per fermare l’ingiustizia, superare
gli svantaggi sociali, e rispettare il fatto che la gente Aborigena
e Torres Strait ha il diritto di auto determinazione nel contesto
della vita della nazione.
La
nostra speranza è per un’Australia unita che rispetti
la nostra terra; che riconosca il valore dell’eredità
culturale Aborigena e Torres Strait, e provveda giustizia ed equità
per tutti.
Il
dolore portato dalla colonizzazione è ancora vivo. Ed il risultato
è violenza, suicidi, abuso di droghe e di alcolici. Per mantenere
un controllo sulla situazione la polizia li arresta ed anche questo
non risolve il problema: gli Aborigeni, che rappresentano solo il
tre per cento della popolazione australiana, sono il 60 percento degli
ospiti delle prigioni. Ed una volta in carcere molti si suicidano,
mentre altri vengono percossi a morte. Gli
Aborigeni credono che se ora sono in una così cattiva situazione
è perché sono stati colonizzati, ed è vero:
la colonizzazione ha causato loro seri danni, che sono all'origine
della forte disuguaglianza sociale che esiste fra nativi e nuovi
australiani. E' per tentare di risolvere il problema che nel 1991
fu istituito dal governo in carica il Comitato Aborigeno per la
Riconciliazione, autore della dichiarazione di cui sopra.
Il
desiderio di riconciliazione è molto sentito dagli Aborigeni
che lottano per riavere la loro terra, ma non è altrettanto
sentito da gran parte della popolazione australiana. Le autorità
non si sentono responsabili della politica del passato e, come molti
cittadini Australiani, tendono a credere che se gli Aborigeni vivono
nella più completa indigenza è perché non si
danno abbastanza da fare per uscirne.
Questo è ovviamente un giudizio affrettato, che
non tiene conto del fatto che gli Aborigeni fanno fatica ad inserirsi
nell'attuale contesto sociale australiano perché hanno ricevuto
una scarsa educazione. Questa non è stata loro impartita
perchè non era ritenuta necessaria, dal momento che nelle
Missioni e nelle fattorie di bestiame dove sono cresciuti venivano
utilizzati solo per lavori di servitù e manovalanza. Erano
questi i ruoli che si riteneva fossero loro adatti e non c'era bisogno
di essere tanto istruiti per adempierli.
Durante
la colonizzazione gli Aborigeni che non vennero uccisi furono radunati
in Missioni o affidati alle fattorie
di bestiame, dove nella maggior parte dei casi venivano maltrattati
e malnutriti, talvolta violentati. Questo accadeva perchè
non tutte le Missioni avevano dei capi religiosi: alcune erano dei
campi di prigionia gestiti da uomini violenti e talvolta alcolizzati,
cosa che peggiorava di molto il loro temperamento. Per chi si ribellava
alle angherie dei padroni c'erano queste Missioni-carcere.
Nel Queensland c'era la severa missione di Palm Island. Vi venivano
destinate anche le donne indigene del Queensland che non volevano
sottostare alle attenzioni particolari dei loro padroni. Vnivano
internate con la scusa che non erano adatte al lavoro richiestogli
a causa del loro temperamento insieme ai loro figli, che così
crescevano in un clima di severità, terrore e violenza, imposto
loro dai loro "missionari carcerieri".
Coloro
che crebbero in simili condizioni di terrorismo sociale divennero
dei disadattati o degli alcolizzati e di conseguenza furono incapaci
di educare serenamente i loro figli, cosa che ha ancora serie ripercussioni
nelle comunità aborigene.
Anche quando le Missioni cessarono di esistere (1962-63) si continuò
a prelevare i bambini indigeni e ad affidarli ad istituzioni religiose
od orfanotrofi. Era questa la politica di assimilazione del governo
statale e federale, messa in atto fin dai primi del novecento per
forzare l'integrazione del Aborigeni nella società dei bianchi.
Secondo le autorità del tempo questa politica di assimilazione
fu messa in atto "per il loro bene", ma di fatto fu talmente
cruenta che coloro che la subirono soffrono ancora dei gravi traumi
causati loro. A questo proposito nel 1996 Kristen Garrett scrisse:
"Almeno la metà degli Aborigeni che morirono in prigione
(per suicidio o percossi a morte) e furono investigati dalla Commissione
Reale sulla Morte dei Neri erano stati rimossi dalle loro famiglie
da bambini..."
Di fatto la politica di assimilazione fu una
politica criminale. Fra il 1910 e la fine degli anni '70 oltre 100.000
bambini Aborigeni vennero strappati con la forza o sotto coercizione
alle proprie famiglie dalla polizia o dagli assistenti sociali.
Sono conosciuti come "Generazioni Rubate".
In
un suo documento l'Eniar (European Network for Indigenous Australian
Rights - www.eniar.org) espone i fatti relativi alle Generazioni
Rubate:
"Molti vennero portati in Chiese o istituzioni statali
(orfanotrofi). Alcuni vennero... (rubati) o adottati da famiglie
bianche. Molti di loro subirono abusi fisici e sessuali. Il cibo
e le condizioni di vita erano miseri. Non ricevettero un'istruzione
scolastica adeguata e per loro si prospettò un futuro di
bassa manovalanza come domestici e in fattorie.
Il
motivo principale era quello dell'assimilazione dei bambini Aborigeni
alla società nell'arco di una o due generazioni, negando
o distruggendo la loro aboriginalità.
E così venne loro proibito di parlare le proprie lingue e
celebrare le proprie cerimonie.
Furono portati lontano dalla propria terra, alcuni di loro oltremare.
Ai bambini venne detto che erano orfani.
Le visite delle famiglie erano scoraggiate o proibite, le lettere
venivano distrutte.
I risultati dei danni fisici ed emozionali dei bambini strappati
alle loro famiglie furono profondi e duraturi:
Molti crebbero in un ambiente ostile senza legami familiari o identità
culturale.
Da adulti molti soffrivano di insicurezza, mancanza di autostima,
sensazione di inutilità, depressione, suicidio, violenza,
delinquenza, abuso di alcol e droghe ed incapacità ad avere
fiducia.
A causa della mancanza di un modello parentale, molti hanno avuto
difficoltà ad allevare i propri bambini.
L'impatto della separazione ha avuto anche profonde conseguenze
per la comunità aborigena: rabbia, impotenza e assenza di
obiettivi come anche profonda diffidenza verso il governo, la polizia
e i funzionari.
Nel
1995 venne costituita una commissione d'indagine. Il suo rapporto,
Bringing them Home (Riportandoli a Casa) del 1997 era crudo ed esplicito.
Documentava come la sottrazione forzata dei bambini indigeni fosse
una violazione dei diritti umani che continuò tranquillamente
anche dopo che l'Australia aveva preso impegni internazionali a
favore dei diritti umani. Fu discriminazione razziale ed un atto
di genocidio contrario alla Convenzione sul Genocidio. Il Rapporto
conteneva raccomandazioni per l'istituzione di registri, il rintracciamento
delle famiglie e servizi di riunificazione familiare. Suggeriva
inoltre la necessità di risarcimenti e le scuse ufficiali
del governo e delle istituzioni coinvolte." (...)
I fondi sono stati stanziati e i registri sono stati istituiti,
ma le scuse non sono arrivate: nonostante il danno sia stato riconosciuto
e condannato, il governo non si ritiene responsabile della politica
razzista del passato, perchè sono stati altri a compiere
i crimini. E così il rancore non si placa.
L’evidenza
di un bisogno di riconciliazione si manifesta maggiormente in occasione
del National Sorry Day e dell'Australia Day.
L'Australia
Day, che cade il 26 di Gennaio, è una festività
nazionale in cui si celebra lo sbarco in Australia del capitano
Cook e del suo seguito. E' un giorno di grande festa, di celebrazioni
e concerti, perché gli Australiani sono contenti della loro
bellissima terra. Questa festività è stata ribattezzata
dagli Aborigeni "Invasion Day", ovvero il giorno dell'invasione,
durante il quale, dicono, si celebra "l'assassinio e lo stupro
della loro gente, nonché l'invasione e il furto della loro
terra".
Il National Sorry Day, che cade
il 26 di Maggio, non è una festività nazionale ma
una semplice ricorrenza simbolica: è il giorno in cui gli
Aborigeni del Comitato Aborigeno per la Riconciliazione chiedono
alle autorità governative in carica di chiedere scusa per
i danni causati dal colonialismo. Questa richiesta suscita solitamente
molte discussioni o addirittura diniego, con comprensibile rammarico
degli Aborigeni e di molti cittadini Australiani. La
motivazione ufficiale di questo diniego è che i discendenti
dei coloni non sono responsabili degli eventi occorsi durante la
colonizzazione e dunque non c'è bisogno di scuse.
Di fatto non viene chiesto alle autorità di sentire responsabilità
per degli atti che non hanno compiuto, ma piuttosto di mostrare
di capire che gli Aborigeni hanno passato dei momenti molto dolorosi,
di esprimere rammarico e di cercare insieme un rimedio. Le difficoltà
che incontra questa richiesta di comprensione stupisce gli Aborigeni,
che si domandano come mai i nostri governanti sono così insensibili,
quando invece la capacità di comprendere è la dote
del saggio governante.
Gli Aborigeni faticano non poco a
capire il nostro sistema sociale, dal momento che il sistema sociale
tribale è completamente diverso. Gli Aborigeni non hanno
governanti, tutte le decisioni venivano e vengono prese durante
i raduni, e le persone che fanno da riferimento per tutti i membri
della tribù sono semplicemente le più colte, ovvero
le più evolute spiritualmente e psichicamente. Queste persone
intelligenti e sensibili, scaltre ma eque, sono dei capi in virtù
del loro potere spirituale.
I
bianchi hanno altri valori: hanno bisogno di coordinazione politica
per mantenere l'equilibrio sociale e di capi con una moderata fermezza
nel governare. I nostri governanti sono persone con un forte ego,
che vedono nel porgere delle scuse un atto di debolezza. E così
non c'è da stupirsi se la richiesta di scuse del Comitato
per la Riconciliazione viene diplomaticamente elusa.
E' comunque vero che i nuovi Australiani non possono cambiare
gli eventi occorsi durante la colonizzazione. Ma intanto che costruiscono
la nuova Australia potrebbero tenere in maggior considerazione gli
Aborigeni, per esempio offrendo loro maggiori possibilità
di avere degli alloggi vivibili. E' un dato di fatto che gli stanziamenti
governativi per la costruzioni di alloggi e per lo sviluppo dell'occupazione
dei nativi non sono sufficienti, perchè si tende a privilegiare
gli investimenti per lo sviluppo dell'industria.
E così in diverse comunità aborigene
ci sono ancora famiglie numerose che vivono in piccole e fatiscenti
case in lamiera, che hanno il cellophane al posto delle finestre
e come pavimento la terra battuta, e che non sono dotate né
di elettricità né di acqua corrente, nemmeno per i
servizi. Ed ovviamente i topi e gli scarafaggi la fanno da padrone.
I
giovani che vivono in queste condizioni igienico sanitarie più
che precarie vedono che i bianchi hanno invece a portata di mano
tutto ciò che a loro viene negato, e ne soffrono molto. E
si chiedono per qual motivo coloro che hanno rubato la loro terra
vivono agiatamente mentre a loro viene negato anche il minimo comfort.
Ed ovviamente si sentono emarginati. Non c'è da stupirsi
quindi se si danno all'alcolismo e alla delinquenza: sono gli unici
modi che conoscono per affrontare il problema.
Sta
di fatto che la colonizzazione ha portato danni gravissimi agli
indigeni di tutto il mondo.
Il
seguente resoconto, a cura di Robert Lawlor, è tratto dal
suo libro "Voices on the First Day".
"Durante
ogni colonizzazione gli umani che avevano perso la loro connessione
spirituale con la terra
e sottomesso le popolazioni native hanno rimosso un mondo spirituale
ricco ed intenso, introducendo al suo posto una società competitiva
nella quale gli indigeni, originari custodi della loro terra, occupano
il miserabile ruolo di emarginati.
Di
seguito un breve sommario di quanto la nostra civiltà ha
portato ai popoli nativi:
1) Riduzione in schiavitù generalizzata, rimozione dei nativi
dalle proprie terre, esproprio delle medesime e quasi totale genocidio
culturale.
2) Distruzione delle abbondanti risorse naturali, fonti di cibo
che assicuravano una dieta salutare e bilanciata e loro rimpiazzo
con l’agricoltura, che sottrae la fertilità al terreno,
ed insufficiente nutrizione della vasta popolazione di nativi dipendenti,
con conseguente malnutrizione (e malattie legate alla medesima).
3) Rimpiazzo di una società nella quale ogni individuo era
rispettato ed aveva a sufficienza per vivere con un sistema sociale
competitivo nel quale vige la legge del più forte con conseguente
emarginazione del più debole.
4) La forma scritta e di linguaggio che propagano profondi malintesi
della natura della realtà, permettendo falsificazioni, illusioni
e vuote astrazioni, ha rimpiazzato una ricca tradizione orale che
promuove un’espansione della memoria ed alti livelli di sottigliezza
di linguaggio e di percezione.
5) Rimozione di vedute di un ricco ed intenso mondo spirituale metafisico,
che integrava il metafisico ed il fisico e che imbeveva tutti gli
stadi e forme di vita con il mistero e la dignità della creazione
originaria, e sua sostituzione con un codice di ipocrisia morale,
simboli arbitrari, e miracoli infantili, manipolati e ritorti per
mantenere le masse in una delusione consensuale." (da:Voices
of the First Day – Robert Lawlor - ed. Inner Tradition International).
Fortunatamente,
grazie all’interazione con le popolazioni indigene, la nostra
cultura sta cambiando, diventando più rispettosa per l’ambiente
e più consapevole del prezioso ruolo di custodi della creazione
che ci è stato affidato nel tempo dei tempi. E sarà
forse così scongiurato il pericolo di autodistruzione della
razza umana che è ora in opera a mezzo della distruzione
delle risorse naturali.
Per
facilitare il processo di riconciliazione è necessario innanzitutto
comprendere il complesso rapporto degli Aborigeni con la terra.
Gli
Aborigeni, come tutti i popoli indigeni, hanno un profondo rispetto
per la terra, per l’ambiente. James Cowan, in “The Aborigine
Tradition” scrive che l’Aborigeno
“Vede la terra come un edificio metafisico. Ne capisce
i ritmi spirituali. E si adatta alle sue transizioni cicliche. Non
le chiede di più di quanto gli serve per vivere un modesto
benessere. Ed allo stesso tempo rifiuta di sfruttarla al di là
delle sue possibilità di rinnovamento. Resiste al desiderio
di alterarla perché sa che se lo facesse interferirebbe con
il suo karumba (essenza vitale) e con il Sognare che l’ha
creata”.
D. Mowaljarlai, nel suo libro “Yorro Yorro, everything
standing up alive”, spiega che l’Australia, Bandaiyan,
è il corpo di un grande essere che vive e respira come noi.
Dentro ad essa c’è Wunggudd, il Serpente Arcobaleno,
che fa crescere tutta la natura sulla superficie esterna del suo
corpo (la crosta terrestre). E specifica che il continente australiano
giace sulla schiena come qualcuno che galleggia sull’acqua
a pancia insù. La parte inferiore è le gambe, i lati
sono la zona delle costole e nel mezzo c’è l’ombelico,
che corrisponde a Uluru, Ayers Rock. Sotto l’ombelico c’è
una sezione con organi riproduttivi femminili ed al fianco ce n’è
una con organi maschili. La testa è la cima del continente,
la zone che corrisponde all’Arnhem Land, mentre sotto il golfo
di Carpentaria ci sono i polmoni.
L’Australia
è dunque un corpo, e più esattamente un corpo pieno
di storie, di Sognare. Questi Sognare potrebbero essere rappresentati
da cerchi, e le linee che li congiungono sono le vie dei canti.
Queste vie sono paragonabili alle vene del corpo umano, tanta è
la loro importanza.
Gli
Aborigeni non possiedono la terra, è la terra che li possiede,
perché condividono con la terra il loro spirito.
Nella cultura aborigena ogni luogo ha un Sognare, una storia, e
tramite questa storia ogni Aborigeno è parte della terra,
del luogo da cui proviene il suo spirito. E' per via di questo innato
legame che si sentono parte della terra, o meglio sono la terra,
si occupano di essa ed in cambio la terra condivide con loro il
suo sapere. Il territorio è da loro visto come una sorta
di libreria vivente i cui volumi, che vengono tramandati a voce
di generazione in generazione, non possono essere letti ma devono
essere percepiti. Questi volumi sono i Sognare degli Antenati Creatori,
gli esseri che stabilirono la legge tribale, cioè la complessa
relazione che intercorre fra tutti gli esseri viventi.
Dalle
parole di Barbara Tjikatu, degli Anangu (tribù Pitjintjatjara
e Yakuntjatjara):
“Tjukurpa
narra del tempo della creazione e di come le cose fisiche vennero
all’esistenza. Ed insegna anche come dovremmo comportarci
gli uni verso gli altri, e come e perché accadono le cose.
Tjukurpa è molto complesso e sotto la nostra Legge solo alcuni
dei suoi aspetti possono essere condivisi con i visitatori di Uluru
– Kata Tjuta National Park.
Tjukurpa è la base della vita degli Anangu spiega la relazione
fra gente, animali, piante, e la terra. Racconta la creazione di
tutte le creature viventi e del paesaggio. Tjukurpa insegna agli
Anangu il modo giusto per relazionarsi gli uni con gli altri e con
l’ambiente. Tjukurpa è Legge.
Tjukurpa insegna che all’inizio il mondo era piatto e senza
forme. I Tjukuritja (Antenati Creatori) emersero da questo vuoto
e viaggiarono ampiamente attraverso il territorio dando forma al
paesaggio durante il loro cammino. Gli alberi, le montagne, e tutte
le creature viventi furono creati dai Tjukuritja durante questi
viaggi, e parte del loro spirito rimase in essi. Lo spirito dei
Tjukuritja è nel paesaggio attraverso il quale passarono.
Gli Anangu sono i diretti discendenti degli Antenati Creatori Tjukuritja.
Noi siamo legati al Tjukurpa del nostro luogo di nascita. Il luogo
a cui apparteniamo è molto importante per gli Anangu, perché
condividiamo con esso parte del nostro spirito.
Noi Anangu siamo responsabili della conduzione e cura del nostro
territorio. Noi apprendiamo, tramite Tjukurpa, il modo giusto per
occuparci della nostra terra e degli altri. Tramite Tjukurpa siamo
connessi a molti altri luoghi oltre ad Uluru e Kata Tjuta. Il sapere
viene tramandato di generazione in generazione tramite le storie,
i canti, la danza e le cerimonie.
La responsabilità dell’insegnare particolari parti
del Tjukurpa è affidata a gente specifica. Queste persone
hanno la responsabilità di tramandare questo sapere nel modo
corretto a gente appropriata. Questo assicura che nessun dettaglio
dei viaggi ancestrali (degli Antenati) venga perduto. La responsabilità
di tramandare queste storie è legata alle regole di appartenenza
alla territorio. (…)
Il territorio che ci circonda è coperto da Iwara (vie) tracciate
dagli Antenati Creatori durante i loro viaggi. Questa rete di vie
lega Uluru e Kata Tjuta a molta altra gente e luoghi.” (The
Oxford Companion to Aboriginal Art and Culture – Oxford University
Press)
E’
per via di questo profondo legame con la terra che oggi gli Aborigeni
chiedono di restituirgliela,
o quantomeno di rispettarla nello stesso modo in cui la rispetterebbero
loro. E chiedono anche al resto della popolazione australiana di
riconoscere il loro diritto di originari custodi della terra, di
riconoscere nella loro cultura un patrimonio comune il popolo Australiano
e di offrire loro parità di condizioni di vita, creando opportunità
di lavoro per aiutarli a superare le terribili condizioni di indigenza
in cui si trovano. In cambio si impegnano a riconoscere la legittimità
della cultura e del governo dei bianchi ed a perdonarli per aver
invaso la loro terra senza chiedere alcun permesso, facendo dei
suoi legittimi custodi e proprietari, gli Aborigeni, degli emarginati.
Assolvere
a queste richieste non è compito facile per istituzioni,
che devono fare i conti con i fondi disponibili per lo sviluppo
economico del paese. Ma un modo per venire incontro agli Aborigeni
e per aiutarli a ritrovare la loro cultura e dignità umana
è già stato trovato. Consiste nel restituire loro
la loro terra e nel permettergli di gestirla autonomamente, in accordo
con le loro leggi tradizionali. Per questo esiste Native Title,
o titolo nativo, che viene concesso a seguito di una domanda di
restituzione del territorio, nota in inglese come Land Claim.
Come vedremo nel prossimo capitolo, dedicato per l'appunto a Land
Claims e Native Title , il Native Title può essere
richiesto da quegli Aborigeni che hanno mantenuto la loro cultura
tradizionale e una connessione continuata con le loro terre e le
loro acque, e riguarda i territori non occupati e non soggetti allo
sfruttamento minerario, pastorale o edilizio. Se la domanda viene
accettata, il territorio soggetto a Native Title viene affidato
in gestione ai nativi. Ma nel caso che venissero a coesistere interessi
nazionali perderebbero ancora una volta la loro terra e vedrebbero
ancora una volta i loro Sognare ed i loro diritti svanire nel nulla...

|
|